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Dove va Costantinopoli. Due considerazioni

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Anfibi di carne e spirito

Anche noi siamo anfibi, come le rane, anche se in un modo diverso. Noi viviamo nel nostro corpo e nello spirito, e per questo abbiamo bisogno sia di cibo carnale che di cibo spirituale, siamo carnali e spirituali insieme. Noi però, al contrario della rana, potremmo vivere tutta la vita ignorando il fatto di essere degli anfibi, delle creature di carne e spirito e così, spesso, ci curiamo della nostra carne ma non del nostro spirito.

Rimetti a noi i nostri debiti

Noi cominciamo ora il Grande Digiuno in preparazione per la Pasqua. Questo digiuno però sarà del tutto inutile, se noi lo faremo con spirito mercantile, facendo il conto di quanto dobbiamo e di quanto ci è dovuto.

Pregare con l’anima e il corpo

La Chiesa così ci ricorda, ancora una volta, che non è l’esattezza delle pratiche religiose a fare di noi dei veri cristiani, ma la nostra vita tutta intera. Non si può essere cristiani solo col corpo o solo con l’anima: parafrasando Sant’Agostino, se non diventiamo spirituali anche nel corpo diventeremo carnali anche nell’anima.

Quinta Domenica di Quaresima

Omelia del p. Daniele Marletta per la Domenica di Santa Maria Egiziaca

Letture:
Apostolos: Eb 9, 11-14
Evangelo: Mc 10, 32b-45

«Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti». In quest’ultimo versetto è riassunto il significato più profondo delle letture di questa quinta Domenica della Grande Quaresima: Dio si è fatto uomo e ha preso forma di servo divenendo prezzo di riscatto per acquistare per noi una redenzione eterna.

1.
Gesù e i suoi discepoli si stanno avvicinando a Gerusalemme per la solennità ebraica della Pasqua. I discepoli sono turbati, non riuscendo a capire a cosa esattamente stanno andando incontro. Gesù prede da parte i dodici e, per la terza volta nel corso della sua predicazione, annunzia la propria Passione: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà dato nelle mani dei capi dei sacerdoti e degli scribi; ed essi lo condanneranno a morte e lo consegneranno nelle mani dei gentili,i quali lo scherniranno, lo flagelleranno, gli sputeranno addosso e l’uccideranno, ma il terzo giorno egli risusciterà». Il Figlio dell’uomo si prepara per essere consegnato alla morte; sale a Gerusalemme pur sapendo cosa a Gerusalemme lo attende.
I discepoli, però, restano incuranti di questa profezia. Due di loro, Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, si avvicinano a Gesù: «Maestro, dicono, noi vogliamo che tu faccia per noi ciò che ti chiederemo». E il Maestro, paziente come al solito, di rimando: «Che volete che io vi faccia?». Ed ecco la richiesta: «Concedici di sedere uno alla tua destra e l’altro alla tua sinistra nella tua gloria». Così, mentre il Maestro si prepara alla Passione, i discepoli pensano ai loro sogni di gloria. I discepoli non hanno ancora veramente capito che la gloria di Gesù non sarebbe stata una gloria secondo la mentalità del mondo, non avevano ancora capito che il Regno di Dio non è di questo mondo. Solo dopo aver veduto il Cristo Risorto i loro occhi si sarebbero aperti, solo allora avrebbero veramente capito. Questo Gesù lo sa bene e per questo risponde: «Voi non sapete quello che domandate. Potete voi bere il calice che io berrò ed essere battezzati del battesimo di cui io sono battezzato?» I discepoli continuano con testardaggine a non capire e rispondono che sì, anche loro possono bere del calice che il loro maestro beve ed essere battezzati nel battesimo nel quale il maestro è battezzato. A Gesù non rimane che prendere definitivamente atto dell’incomprensione dei discepoli: «Voi certo berrete il calice che io bevo e sarete battezzati del battesimo di cui io sono battezzato, ma quanto a sedere alla mia destra o alla mia sinistra, non sta a me darlo, ma è per coloro ai quali è stato preparato».
Gli altri dieci apostoli, che avevano sentito la discussione, «cominciarono a indignarsi» con Giacomo e Giovanni. Le discussioni su chi dovesse essere il più grande, o, come in questo caso, su chi dovesse sedere alla destra o alla sinistra del Signore, dovevano essere all’ordine del giorno tra i discepoli; negli Evangeli se ne parla più volte. Per questo le parole di Gesù riportate nell’Evangelo di oggi sono molto importanti, una sorta di testamento spirituale, un invito all’unità, all’umiltà e allo spirito di servizio: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti i sovrani delle nazioni le signoreggiano, e i loro grandi esercitano dominio su di esse; ma tra voi non sarà così; anzi chiunque vorrà diventare grande tra voi, sarà vostro servo; e chiunque fra voi vorrà essere il primo, sarà schiavo di tutti. Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire…».
In poche parole Gesù capovolge l’ordine dei valori del mondo: è primo chi si fa ultimo, è grande chi serve e non chi si fa servire.

2.
«Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti». Ecco il calice che Gesù deve bere, il battesimo nel quale deve essere battezzato. Cristo si prepara a dare la sua vita «come prezzo di riscatto per molti». Egli è il sacerdote che compie una volta per tutte il sacrificio di espiazione per l’Israele spirituale – la Chiesa – ed è egli stesso la vittima il cui sangue viene portato nel santuario del Tempio spirituale. Scrive infatti l’Apostolo nella Lettera agli Ebrei: «entrò una volta per sempre nel santuario, non con sangue di capri e di vitelli, ma col proprio sangue, avendo acquistato una redenzione eterna». Queste parole hanno bisogno di una ulteriore spiegazione. Gli ebrei avevano ( e hanno tuttora anche se la celebrano in modo diverso da come è prescritto nelle Scritture) una festa chiamata Giorno dell’Espiazione (Yom Kippur); era la più solenne delle feste ebraiche. Durante questa festa il Sommo Sacerdote entrava nel Santo dei Santi portando con sé il sangue di un capro e quello di un vitello, e con questi aspergeva prima il propiziatorio dell’Arca e poi i corni dell’altare. In questo modo il Sommo Sacerdote faceva l’espiazione per sé e per tutto Israele. Questa espiazione doveva essere però ripetuta ogni anno: l’espiazione operata da Cristo è compiuta invece una volta per tutte. È una redenzione eterna, acquistata non con il sangue di capri e vitelli, ma con il suo proprio sangue.
Cristo è divenuto Sommo Sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek, così come è divenuto la somma vittima per l’espiazione, l’agnello portato al mattatoio di cui parla Isaia: «egli è stato trafitto per le nostre trasgressioni, schiacciato per le nostre iniquità; il castigo per cui abbiamo la pace è su di lui, e per le sue lividure noi siamo stati guariti»(Is 53,5).

3.
In questa stessa domenica in cui si ricorda la nostra redenzione ad opera di Gesù, la Chiesa ci mette davanti un modello di penitenza come Santa Maria Egiziaca. Ma che bisogno abbiamo di fare penitenza se sappiamo di essere stati già riscattati da Cristo? Dio non ha bisogno della nostra penitenza per salvarci, non ha bisogno dei nostri digiuni e delle nostre privazioni. Dio ci ha già redenti con il sangue del suo Cristo. La redenzione e il perdono del peccato ci vengono da Dio, sono doni di Dio, doni immeritati. Dio però non ci costringe ad accettare il suo dono. Dio vuole figli adulti che accettano liberamente di diventare suoi figli.
Ecco cos’è la penitenza: la penitenza è esercizio di libertà, la penitenza è il fiat del cristiano alla redenzione operata da Dio.


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