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Ultime dal Blog: Qoelet

Dove va Costantinopoli. Due considerazioni

  Negli ultimi giorni, due notizie (distinte tra loro ma pur collegate in un certo senso, come vedremo) hanno portato alla ribalta la situazione del Patriarcato di Costantinopoli. La prima riguarda un suo problema interno: a quanto pare, da ora in poi il Patriarcato ecumenico approverà regolarmente le seconde nozze dei preti lasciati dalle mogli […]

Anfibi di carne e spirito

Anche noi siamo anfibi, come le rane, anche se in un modo diverso. Noi viviamo nel nostro corpo e nello spirito, e per questo abbiamo bisogno sia di cibo carnale che di cibo spirituale, siamo carnali e spirituali insieme. Noi però, al contrario della rana, potremmo vivere tutta la vita ignorando il fatto di essere degli anfibi, delle creature di carne e spirito e così, spesso, ci curiamo della nostra carne ma non del nostro spirito.

Rimetti a noi i nostri debiti

Noi cominciamo ora il Grande Digiuno in preparazione per la Pasqua. Questo digiuno però sarà del tutto inutile, se noi lo faremo con spirito mercantile, facendo il conto di quanto dobbiamo e di quanto ci è dovuto.

Pregare con l’anima e il corpo

La Chiesa così ci ricorda, ancora una volta, che non è l’esattezza delle pratiche religiose a fare di noi dei veri cristiani, ma la nostra vita tutta intera. Non si può essere cristiani solo col corpo o solo con l’anima: parafrasando Sant’Agostino, se non diventiamo spirituali anche nel corpo diventeremo carnali anche nell’anima.

Undicesima Domenica di Matteo

30 Luglio / 12 Agosto 2018

Undicesima Domenica dopo Pentecoste (Undicesima Domenica di Matteo)
Tono secondo
Santi Apostoli Sila e Silvano dei Settanta


Evangelo mattutino XI (Giovanni 21, 15-25)

Prochimeno
Mia forza e mio inno è il Signore, e si è fatto mia salvezza.
Mi ha castigato e castigato il Signore ma alla morte non mi ha consegnato. (Ps 117, 14. 18)

Lettura della prima epistola di Paolo ai Corinti (9, 2-12)
Fratelli, voi siete il sigillo del mio apostolato nel Signore. Questa è la mia difesa contro quelli che mi giudicano. Noi non possiamo mangiare e bere? Non possiamo portare con noi una donna, una sorella, come gli altri apostoli, e i fratelli del Signore e Cefa? O solo io e Barnaba non abbiamo il diritto di non lavorare? Chi mai fa il soldato a proprie spese? Chi pianta una vigna e non ne mangia il frutto? Chi pascola un gregge senza cibarsi del latte del gregge? Dico forse questo da un punto di vista umano o non dice così anche la Legge? Sta scritto infatti nella Legge di Mosè: Non metterai la museruola al bue che trebbia. Forse Dio si dà pensiero dei buoi? O parla proprio per noi? Certamente fu scritto per noi! Poiché è naturale che l’aratore ari nella speranza e che il trebbiatore trebbi nella speranza di avere la sua parte. Se noi abbiamo seminato in voi le cose spirituali, è gran cosa se mietiamo beni materiali? Se altri hanno tale diritto su di voi, non l’avremmo noi di più? Non abbiamo però voluto servirci di questo diritto, ma tutto sopportiamo per non recare intralcio al vangelo di Cristo.

Alleluia
Ti esaudisca il Signore nel giorno della tribolazione; ti protegga il nome del Dio di Giacobbe.
Salva, Signore, il tuo popolo e benedici la tua eredità. (Ps 19, 2. 27, 9)

Evangelo
secondo Matteo (18, 23-35)
Il Signore ha detto questa parabola: “Il regno dei cieli somiglia a un uomo, un re, che volle fare i conti con i suoi servi. Iniziando dunque a chiedere i conti, gli fu portato davanti uno che era debitore per migliaia di talenti. Poiché costui non aveva da restituire, il Signore comandò che fossero venduti lui, la moglie, i figli e quanto possedeva e saldasse così il debito. Allora quel servo, caduto in ginocchio, lo supplica dicendo: Sii paziente con me, Signore, e ti restituirò tutto. Il Signore ebbe compassione di quel servo, lo rilasciò e gli condonò il debito. Ma quel servo uscì e trovò un altro servo, suo compagno, che gli doveva cento dinari; lo afferrò e lo soffocava dicendo: Restituisci mi quanto devi. Cadde in ginocchio quel servo come lui, e lo supplicava dicendo: Sii paziente con me, e ti restituirò. Ma egli non volle; andò e lo buttò in carcere finché non gli avesse restituito il dovuto. Gli altri servi, visto l’accaduto, furono molto tristi e andarono a raccontare tutto al loro Signore. Il Signore allora lo chiamò. E gli dice: Servo malvagio, ti ho condonato tutto quel debito perché mi avevi supplicato. Non dovevi anche tu avere misericordia del tuo compagno come io ho avuto misericordia di te? Il Signore si adirò e lo consegnò agli aguzzini finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà a voi se non condonate di cuore al vostro fratello le sue cadute”.


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