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Nel segno della falsificazione storica

Originally posted on Come la pioggia:
? di Daniele Marletta Catherine Nixey, Nel nome della croce. La distruzione del mondo classico, Bollati Boringhieri 2018 Un libro dal titolo commercialmente accattivante, ma che è nei contenuti addirittura peggiore delle aspettative. Nel risvolto di copertina si dice che chi lo ha scritto avrebbe studiato “Storia e Letteratura…

Dove va Costantinopoli. Due considerazioni

  Negli ultimi giorni, due notizie (distinte tra loro ma pur collegate in un certo senso, come vedremo) hanno portato alla ribalta la situazione del Patriarcato di Costantinopoli. La prima riguarda un suo problema interno: a quanto pare, da ora in poi il Patriarcato ecumenico approverà regolarmente le seconde nozze dei preti lasciati dalle mogli […]

Anfibi di carne e spirito

Anche noi siamo anfibi, come le rane, anche se in un modo diverso. Noi viviamo nel nostro corpo e nello spirito, e per questo abbiamo bisogno sia di cibo carnale che di cibo spirituale, siamo carnali e spirituali insieme. Noi però, al contrario della rana, potremmo vivere tutta la vita ignorando il fatto di essere degli anfibi, delle creature di carne e spirito e così, spesso, ci curiamo della nostra carne ma non del nostro spirito.

Rimetti a noi i nostri debiti

Noi cominciamo ora il Grande Digiuno in preparazione per la Pasqua. Questo digiuno però sarà del tutto inutile, se noi lo faremo con spirito mercantile, facendo il conto di quanto dobbiamo e di quanto ci è dovuto.

In attesa del Natale

San Massimo di Torino
In attesa di un sole nuovo

Vergine del Segno

I giorni si accorciano e l’inverno si avvicina. Da qui qui parte San Massimo per la sua meditazione in attesa della Natività del Signore. I giorni si accorciano in attesa di un sole nuovo che deve venire, quel “Sole di Giustizia” di cui parlano i testi liturgici della Chiesa. Così il santo vescovo invitava i sui fedeli a partecipare a questa attesa del creato con il digiuno e l’elemosina. Ancora oggi, milleseicento anni dopo, la Chiesa ci invita a prepararci alla Natività allo stesso modo. Il mondo è cambiato, il tempo passa, ma l’uomo, oggi come milleseicento anni fa, ha ancora bisogno di questa preparazione. Ha bisogno di far nascere Cristo dentro di sé. San Massimo parla così della cura che si deve avere nel lavare “con opere personali e assidue” la veste dell’anima: “Vestiamoci non con abiti di seta, ma con opere preziose”. E oggi quest’invito si fa sempre più necessario.
Nato nel IV secolo, San Massimo fu discepolo di Sant’Ambrogio di Milano e di Sant’Eusebio di Vercelli. È considerato il fondatore della diocesi di Torino di cui fu il primo vescovo. Si può dire che appartenne alla generazione aurea dei Padri della Chiesa del nord Italia, assieme ad altri santi quali Ambrogio di Milano, Zeno di Verona, Eusebio di Vercelli, Abbondio di Como, Gaudenzio di Novara, Cromazio di Aquileia… San Massimo è conosciuto soprattutto per la sua predicazione e per la sua fermezza nel combattere le superstizioni che al suo tempo erano ancora vive. Si addormentò nel Signore intorno all’anno 420. La Chiesa ne fa memoria il giorno 25 Giugno.

 

Sermone 61a. Prima del Natale del Signore

1. Anche se tacessi, fratelli, il tempo ci ricorda che il Natale di Cristo Signore è vicino; infatti l’estrema brevità dei giorni ha prevenuto la mia predicazione. Con le sue medesime ristrettezze il mondo avverte che è imminente un fatto che lo renderà migliore e con sollecita attesa desidera che il fulgore di un sole più splendido illumini le sue tenebre. Mentre, infatti, teme che il suo corso si riduca per la brevità delle ore, mostra una certa speranza che il suo anno ritorni nella primitiva condizione. Quest’attesa del creato (cf. Rm 8, 19) induce anche noi ad attendere che Cristo, nuovo sole che è sorto, illumini le tenebre dei nostri peccati e, quale Sole di giustizia (cf. Ml 4, 2), scacci in noi con la potenza della sua nascita la lunga oscurità dei peccati e non permetta che il corso della nostra vita sia ridotto da una tetra brevità, ma ci conceda che sia ampliato per effetto della sua potenza. Or dunque, poiché conosciamo il Natale del Signore anche perché il mondo ce lo indica, facciamo anche noi ciò che il mondo è solito fare, cioè, come in quel giorno il mondo prolunga la durata della sua luce, così anche noi estendiamo la nostra giustizia; e, come la luminosità di quel giorno è comune ai poveri e ai ricchi, così anche la nostra generosità sia comune ai forestieri e ai bisognosi; e come allora il mondo scaccia le tenebre delle sue notti, così anche noi tronchiamo le tenebre della nostra avarizia; e, come nel tempo invernale, scioltosi il gelo, i semi nei campi sono nutriti dal calore del sole, così anche nei nostri petti, scioltasi la durezza, il seme della giustizia cresca intiepidito dal raggio del Salvatore.

2. Dunque, fratelli, in attesa del Natale del Signore adorniamoci con vesti linde e pure. Parlo delle vesti dell’anima, non di quelle del corpo. La veste del corpo è un rivestimento di nessun valore, la veste dell’anima è un corpo prezioso. Quella è stata messa insieme dalle mani dell’uomo, questa è stata costituita dalle mani di Dio. E perciò richiede maggiore sollecitudine custodire senza macchia l’opera di Dio che mantenere incontaminate le opere degli uomini. La veste mondana, infatti, se è sporca, può essere lavata da un lavandaio salariato; la veste dell’anima, invece, una volta che si è macchiata, si lava a fatica e solo con opere personali ed assidue. Non le giova la mano dell’artigiano, non le giova l’intervento del lavandaio. L’acqua può lavare le membra contaminate della coscienza, ma tuttavia non le può purificare. Queste sono le vesti preziose dell’anima che l’evangelista Marco loda nel Salvatore con queste parole: E le sue vesti divennero splendenti, candidissime come la neve, quali nessun lavandaio sulla terra riuscirebbe a renderle (Mc 9,2). Si loda dunque la veste di Cristo perché risplendeva non per la tessitura, ma per la grazia; si loda la veste, non perché formata di fili sottili, ma perché concepita nell’integrità del corpo; si loda la veste, non quella tessuta dalla mano delle donne, ma quella che la verginità di Maria aveva procurato. E perciò in essa si esalta la bellezza del candore, perché non l’aveva resa immacolata la cura di un artigiano: Quali, dice, nessun lavandaio sulla terra riuscirebbe a renderle. Certamente un lavandaio non può preparare la veste di Cristo. Un lavandaio può dare splendore, bianchezza, pulizia, non può dare verginità, giustizia, bontà. L’una cosa dipende dalla fattura dell’opera, l’altra dalla natura della virtù. Il santo evangelista, infatti, loda in Cristo Signore queste vesti di virtù che anche il beato Davide esaltò con un’analoga affermazione, dicendo: Mirra, aloe e cassia dalle tue vesti preziose (Sal 44, 9). Infatti da questi profumi aromatici sono indicate le vesti delle sante virtù (cf. Lc 11, 41).

3. Dunque, fratelli, in attesa del Natale del Signore mondiamo la nostra coscienza da ogni feccia di peccato. Vestiamoci non con abiti di seta, ma con opere preziose. Gli abiti splendenti possono coprire le membra, non possono ornare la coscienza, anzi reca maggior vergogna incedere splendente nelle membra e passeggiare contaminato nell’animo. Orniamo dunque prima le disposizioni dell’uomo interiore, perché sia ornato l’abbigliamento anche dell’uomo esteriore; laviamo le macchie spirituali, perché risplendano in noi le vesti del corpo. Ma non giova nulla risplendere per i vestiti ed essere sudicio per le azioni turpi, dove infatti la coscienza è oscura, tutto il corpo è oscuro. Abbiamo però un mezzo per lavare le macchie della coscienza. Sta scritto infatti: Fate elemosina e tutto sarà mondo per voi (Lc 11, 41). È utile questo comandamento dell’elemosina, per mezzo del quale operiamo con le mani e siamo purificati nel cuore.
(Tratto da Massimo di Torino, Sermoni, Roma, Città Nuova, 2003, pp. 258-260)


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