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Ultime dal Blog: Qoelet

Vaccini, autismo e complotti

Ho ricevuto privatamente una email in cui mi si pongono alcune domande su un argomento che non è, strettamente parlando, religioso ma che mi sta molto a cuore. Per questo ho deciso di rispondere pubblicamente. Caro p. Daniele, per puro caso, mi sono trovato a leggere alcuni suoi interventi in una discussione su un noto […]

Sulla Comunione frequente

Mi è capitato recentemente di rispondere in privato ad alcune domande sul tema della Comunione frequente. Si tratta, stranamente, di un argomento assai dibattuto. E dico “stranamente” perché l’opinione dei Padri in merito è molto chiara. Ho così pensato di rendere pubbliche le risposte. Quanto spesso è bene accostarsi all’Eucaristia? San Girolamo di Egina, un […]

Diamoci delle arie…

Alcuni mesi fa, Tudor Pectu, un mio corrispondente romeno, mi ha intervistato nell’ambito di una sua ricerca sul’Ortodossia in Occidente. Tra gli intervistati ci sono ovviamente persone  ben più quotate ed influenti di me nell’ambito dell’Ortodossia in Italia e in Occidente, ma vi sono anche alcuni ben più sconosciuti di me… Queste interviste sono state pubblicate in […]

Perché l’ecumenismo è una eresia?

Spesso mi si chiede come mai molti ortodossi siano tanto contrari al movimento ecumenico e guardino ad esso con tanta ostilità, vedendovi addirittura una eresia. I motivi sono in realtà molti e gravi, e meritano una trattazione approfondita. Mi limiterò qui a poche note fondamentali, partendo dall’esempio di una eventuale unificazione tra cattolici ed ortodossi. […]

Il mio Signore è La Resurrezione

 

margaritaeMargaritae“, perle…

Brevi spunti di riflessioni e preghiera
tratti dalle opere dei nostri Santi.

 

 

San Nicola di Ochrid
Il mio Signore è la Resurrezione

Icona della Pasqua

Il mio Signore è la Resurrezione. Risuscita i morti dal mattino alla sera e dalla sera all’aurora.

Ciò che il mattino seppellisce, il Signore lo fa risorgere di sera, e ciò che la sera mette nel sepolcro, il Signore lo risuscita al mattino.

Quale opera è più degna per il Dio vivente se non quella di risuscitare i morti e condurli alla vita?

Credano pure gli altri che Dio rancoroso verso gli uomini e che ci sia per loro la condanna.

Io, da parte mia, credo al Dio che risuscita i morti.

Altri credano pure ad un Dio che non si accosta ai viventi nemmeno quando essi lo chiamano.

Io mi prostrerò davanti al Dio che tende il suo orecchio sul cimitero per sentire se c’è qualcuno che spera nella risurrezione e in Colui che la opera.

I seppellitori sotterrano e restano in silenzio. Il Signore disseppellisce e grida.

La madre seppellisce la figlia, il Signore la riesuma; il Signore è una madre migliore della madre.

Il padre ricopre di terra il figlio, il Signore lo scopre. Il Signore è un padre migliore del padre.

Il fratello sotterra il fratello. Il Signore lo risuscita. Il Signore è un fratello migliore del fratello.

Il Signore non ha lacrime né sorrisi per i morti. Tutto il suo cuore è per coloro che vivono.

Il mondo piange i suoi nei cimiteri, il Signore li cerca con un canto e li risveglia.

Risuscita, Signore, il mio spirito affinché anche il mio corpo possa risorgere! Dimora nel mio spirito e il mio corpo sarà il Tuo tempio!

Preoccupati i miei prossimi chiedono: «Questo corpo, il nostro corpo, risorgerà?»

Se una volta per tutte avrete rinunciato a voi stessi e non vivrete più per voi stessi, allora il vostro corpo sarà come risorto.

Se il vostro corpo è il tempio del Dio Altissimo, allora Colui che risuscita è in voi e la vostra resurrezione è compiuta.

Il corpo cambia; molti corpi sono stati chiamati “nostri”. Tra di essi quale risorgerà?

Forse nessuno. Ma sicuramente quello – se lo avete posseduto – che esprime con chiarezza la Parola di Dio.

O Tu che risusciti, la morte non risuscita poiché essa non ha mai vissuto!

Tu sei la Resurrezione e sei colui che risuscita poiché sei la Vita.

Risuscita unicamente il seme in cui ti sei celato e solo il seme che ti appartiene.

Soltanto lo spirito che vive sempre per Te e non per il mondo sarà restituito alla vita.

Soltanto il corpo che ha iniziato a suo tempo a essere pieno di Spirito Santo sarà preservato da Te.

Solo colui che, nei sepolcri, appartiene al Dio vivente, risorgerà.

Nessuno può risuscitare i morti se non il Signore e nessuno tra i morti potrà risorgere se non il Signore.

Poiché Egli è nei Suoi santi. In verità, Egli è nei Suoi viventi e nel sepolcro e oltre il sepolcro.

(Tratto da Nicolas Velimirovitch, Prières sur le lac, 2004, Lousanne, L’Age d’Homme, trad italiana a cura di Chiara Ruth Rantini nel numero 8 di Luce Vita)

 

L’esaltazione della Croce, esaltazione di Cristo

Dai «Discorsi» di sant’Andrea di Creta, vescovo
(Disc. 10 sull’Esaltazione della santa croce; PG 97, 1018-1019. 1022-1023).

Universale Esaltazione della Preziosa e Vivifica Croce
Noi celebriamo la festa della santa croce, per mezzo della quale sono state cacciate le tenebre ed è ritornata la luce. Celebriamo la festa della santa croce, e così, insieme al Crocifisso, veniamo innalzati e sublimati anche noi. Infatti ci distacchiamo dalla terra del peccato e saliamo verso le altezze. E’ tale e tanta la ricchezza della croce che chi la possiede ha un vero tesoro. E la chiamo giustamente così, perché di nome e di fatto è il più prezioso di tutti i beni. E’ in essa che risiede tutta la nostra salvezza. Essa è il mezzo e la via per il ritorno allo stato originale.

Se infatti non ci fosse la croce, non ci sarebbe nemmeno Cristo crocifisso. Se non ci fosse la croce, la Vita non sarebbe stata affissa al legno. Se poi la Vita non fosse stata inchiodata al legno, dal suo fianco non sarebbero sgorgate quelle sorgenti di immortalità, sangue e acqua, che purificano il mondo. La sentenza di condanna scritta per il nostro peccato non sarebbe stata lacerata, noi non avremmo avuto la libertà, non potremmo godere dell’albero della vita, il paradiso non sarebbe stato aperto per noi. Se non ci fosse la croce, la morte non sarebbe stata vinta, l’inferno non sarebbe stato spogliato.
E’ dunque la croce una risorsa veramente stupenda e impareggiabile, perché, per suo mezzo, abbiamo conseguito molti beni, tanto più numerosi quanto più grande ne è il merito, dovuto però in massima parte ai miracoli e alla passione del Cristo. E’ preziosa poi la croce perché è insieme patibolo e trofeo di Dio. Patibolo per la sua volontaria morte su di essa. Trofeo perché con essa fu vinto il diavolo e col diavolo fu sconfitta la morte. Inoltre la potenza dell’inferno venne fiaccata, e così la croce è diventata la salvezza comune di tutto l’universo.

La croce è gloria di Cristo, esaltazione di Cristo. La croce è il calice prezioso e inestimabile che raccoglie tutte le sofferenze di Cristo, è la sintesi completa della sua passione. Per convincerti che la croce è la gloria di Cristo, senti quello che egli dice: «Ora il figlio dell’uomo è stato glorificato e anche Dio è stato glorificato in lui, e lo glorificherà subito» (Gv 13, 31-32).

E di nuovo: «Glorificami, Padre, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse» (Gv 17, 5). E ancor: «Padre glorifica il tuo nome. Venne dunque una voce dal cielo: L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò» (Gv 12, 28), per indicare quella glorificazione che fu conseguita allora sulla croce. Che poi la croce sia anche esaltazione di Cristo, ascolta ciò che egli stesso dice: «Quando sarò esaltato, allora attirerò tutti a me» (cfr. Gv 12, 32). Vedi dunque che la croce è gloria ed esaltazione di Cristo.

Sulla Trasfigurazione del Signore

Da un’omelia su «La venerata Trasfigurazione del Signore Dio e Salvatore Nostro Gesù Cristo» di San Gregorio Palamas

Trasfigurazione
Icona della Trasfigurazione di Nostro Signore Gesù Cristo

…Dio sul monte si rende immaginabile sia scendendo Egli stesso dalla propria altezza, sia innalzando noi dall’umiltà di quaggiù, perché colui che non può essere contenuto da nulla sia contenuto nella misura d’una natura creata e nel modo più chiaro possibile.
…Dunque la luce della Trasfigurazione del Signore non appare e scompare, non è delimitata né soggetta ad una potenza sensibile, anche s’è stata vista con gli occhi del corpo, per un tempo breve e sulla cima ristretta d’un monte, ma gl’iniziati del Signore «erano passati allora», com’è stato detto, «dalla carne allo spirito, con il mutamento delle loro sensazioni, mutamento che attuò in loro lo Spirito, e così hanno visto quella luce ineffabile, che concesse e per quanto lo concesse loro la potenza dello Spirito divino» [Massimo il Confessore, Ambiguorum liber, PG 91, 1125D-1128D].
…«Che cosa significa che fu trasfigurato?», dice il teologo Crisostomo; «che schiuse come, come si compiacque di fare, un po’ della deità, e mostrò agl’iniziati il Dio che abitava in lui» [san Giovanni Crisostomo,  Eclogae 21, PG 63, 700]. «Avvenne infatti, mentre egli pregava, che il suo aspetto fu mutato» (Lc 9,29), come dice Luca, e risplendette «come il sole» (Mt 17,2), come scrive Matteo. Ha detto «come il sole»… per farci conoscere che ciò che per coloro che vivono secondo i sensi è il sole, per coloro che vivono secondo lo spirito e vedono nello spirito è Cristo come Dio… [Cristo] rivelò in modo ineffabile ai discepoli prescelti quella luce ineffabile.
…Il Signore nostro Gesù Cristo aveva quello splendore di per se stesso; perciò non aveva neppure bisogno della preghiera, che rendesse splendido di luce divina il suo corpo, ma mostrava da dove sarebbe venuta ai santi la luce di Dio e come da loro sarebbe stata contemplata; infatti anche i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro, e così, divenuti tutti luce divina, come frutti di luce divina, contempleranno Cristo che divinamente risplende in modo ineffabile: e promanando, secondo la sua natura, dalla sua deità, la sua gloria sul Tabor si mostrava comune anche al corpo, attraverso l’unità dell’ipostasi.
…Dunque quella luce è propria della deità ed è increata; e quando «Cristo fu trasfigurato», secondo i teologi, «non acquistò ciò che non era, né si trasformò in ciò che non era, ma manifestò ai discepoli ciò che era, aprendo i loro occhi e rendendoli capaci di vedere, da ciechi che erano» [san Giovanni Damasceno, In Transfigurationem 12, PG 96, 564C].
…Ma perché il Signore separa dagli altri i sommi apostoli, li conduce sul monte, e soli in disparte? Per mostrare qualcosa di veramente grande e mistico.
…Comprendendo il mistero della Trasfigurazione del Signore, procediamo verso lo splendore di quella luce; desiderosi della bellezza della gloria che non muta, purifichiamo l’occhio del nostro intendimento dalle contaminazioni della terra, disprezzando ogni piacere ed ogni bellezza non sia permanente; la quale, anche se sembra dolce, procura dolore eterno, ed, anche se porta bellezza al corpo, cinge l’anima della veste orrenda del peccato, a causa del quale, legato mani e piedi, colui che non ha la veste dell’unione incorruttibile è gettato nel fuoco e fuori, nella tenebra.
Che a ciò possiamo tutti sfuggire con lo splendore e la conoscenza della luce immateriale ed eterna della Trasfigurazione del Signore, per la sua gloria e quella del suo Padre senza principio e dello Spirito vivificante, dei quali una sola cosa e la stessa sono splendore, deità, gloria regno e potenza, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.

Tratto da:  Gregorio Palamas, Che cos’è l’Ortodossia , trad. it. a cura di Ettore Perrella, Bompiani, Milano 2006, pp. 1337 sgg.

L’uomo che non sa alcunché

margaritaeMargaritae“, perle…

Brevi spunti di riflessioni e preghiera
tratti dalle opere dei nostri Santi.

 

 

«Chi sei?»
Gesù disse loro: il principio.
(Gv. 8, 25)

Il Signore Gesù è il principio della creazione, il principio della restaurazione, il principio della salvezza, il principio della resurrezione e della gloria eterna.
Ovunque si voglia estirpare un qualsiasi male, Egli è il principio. È impossibile fare a meno di Lui. Ovunque si voglia costruire qualcosa di buono, Egli è il principio. Non si può fare a meno di Lui. Se si vogliono strappare le radici della discordia e dalla malizia in seno alla famiglia, nel paese, in città, nel mondo intero non è possibile fare a meno di Lui. Dobbiamo iniziare con Lui. Se desideriamo introdurre la buona volontà, la pace, l’amore e la concordia in seno alla famiglia, nel paese, in città, tra il popolo, nel mondo intero, non si può fare a meno di Lui. Egli è il principio.
Perché, senza il Cristo, non è possibile estirpare il male né seminare il bene?
Perché ogni male viene dal peccato e solo Lui può rimettere i peccati.
Quando Lui, e solo Lui, rimette il peccato, allora la radice del male viene estirpata.
E nessun bene può essere piantato senza di Lui, poiché in Lui si trovano tutte le ricchezze del bene, tutti i semi del bene. Lui soltanto è il seminatore del bene nel campo del mondo.
L’apostolo Paolo che aveva compreso meglio di noi la questione, disse : «Tutto mi è possibile in Gesù Cristo che mi rende forte» (Fil. 4, 13). E senza Gesù Cristo chi sarà colui che potrà iniziare a guarire dal male, a liberare il prossimo dal male, a piantare dentro di sé il bene, a stabilire nell’altro il bene? Nessuno, in realtà nessuno.
Così, fratelli, se siamo risoluti nel distruggere il male dentro di noi e negli altri, e a piantarvi il bene, in noi come nel prossimo, cominciamo dal principio, cioè cominciamo dal Vincitore del male e Seminatore del bene, il Signore Gesù Cristo.
Signore Gesù Cristo, sii per noi il principio di tutte le lotte contro il male e di ogni opera buona. A Te la gloria e la lode nei secoli. Amen.

San Nicola di Ochrid
Tratto dal Prologo di Ochrid, omelia del 28 Gennaio
(Traduzione italiana da LUCE-VITA n 3 Settembre 2013)

Omelia su Zaccheo

di San Giovanni di Shangai e San Francisco
Zaccheo e GesùChi era Zaccheo? Un pubblicano di rango elevato, “un capo dei pubblicani”. La consuetudine che abbiamo di opporre le due figure dell’umile pubblicano e dell’orgoglioso fariseo cela i fatti ed impedisce al nostro spirito di valutare rettamente questi due tipi di personaggi. Per comprendere bene il Vangelo, è indispensabile sapere esattamente chi fossero.

I Farisei erano, in poche parole, dei giusti. Oggi, il termine “fariseo” suona come un rimprovero, ma, al tempo di Cristo e nei primi secoli del cristianesimo, era inteso diversamente. Lungi dal considerarlo una mancanza, l’Apostolo Paolo confessa fieramente ai Giudei: “Sono un fariseo, figlio di farisei” (Atti 23, 6). In seguito, rivolgendosi ai cristiani, ai propri figli spirituali, scrive: “Sono della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo tra gli Ebrei, e in ciò che concerne la Legge, un fariseo” (Fil. 3, 5). Il santo Apostolo Paolo non fu il solo fariseo ad abbracciare il cristianesimo, ce ne furono molti altri: Giuseppe, Nicodemo, Gamaliele…

I farisei – nell’antico ebraico peroushim, in aramaico pherisim, che significa “altri, coloro che si sono separati, differenti”- erano degli zeloti della Legge divina: Si “riposavano sulla Legge” e, in altri termini, la meditavano costantemente, l’amavano e si sforzavano di compierne tutti i precetti; ne erano i predicatori e gli interpreti.

Le ammonizioni del Signore ai Farisei hanno per argomento il fatto di avvertirli che qualsiasi loro battaglia, tutti gli sforzi lodevoli perseguiti sono nulli, perdono qualsiasi pregio agli occhi di Dio, valendo così, non la benedizione del Signore, ma la sua condanna, a motivo dell’inorgoglirsi dei loro atti di giustizia e, soprattutto, del giudicare il prossimo. Un esempio eclatante di tale attitudine si trova nel Fariseo della parabola che dice: “Dio, ti ringrazio di non essere come gli altri uomini” (Lc. 18, 11).

Al contrario, i pubblicani erano dei pubblici peccatori , che trasgredivano le più sacre leggi del Signore. Questi esattori delle tasse mettevano le imposte sui Giudei per conto di Roma. Ricordiamoci che gli Ebrei, consapevoli del loro ruolo unico di popolo eletto da Dio, si vantavano di essere “la semenza di Abramo” e di “non essere mai stati schiavi di nessuno” (Gv. 8, 33). In quest’epoca, tuttavia, conseguentemente ai noti fatti storici, si trovavano ad essere sudditi, schiavi di un popolo orgoglioso e brutale, un popolo “di ferro” – i Romani pagani. Il giogo di tale schiavitù li opprimeva strettamente e diveniva sempre più pesante e doloroso.

Il segno più tangibile e manifesto di tale sottomissione, di questo asservimento ai Romani consisteva nell’obbligo di versare, in tributo, ogni sorta di tassa ai loro oppressori. Per i Giudei, come per tutti i popoli dell’antichità, pagare i tributi simboleggiava una soggezione. I Romani, che di fronte ad un popolo vinto non avvertivano il minimo scrupolo, esigevano imperiosamente e senza mediazioni delle tasse ordinarie e straordinarie.

Evidentemente, i Giudei pagavano con odio e disgusto. Gli scribi erano consapevoli del loro misfatto, allorché desiderando compromettere il Signore agli occhi del Suo popolo, gli chiesero: “È lecito pagare il tributo a Cesare?” (Mt. 22, 17). Sapevano che se Cristo avesse risposto negativamente, sarebbe stato facile accusarlo davanti ai Romani; ma se dichiarava obbligatorio versare il tributo, sarebbe stato compromesso agli occhi del popolo.

Finché i Romani governarono la Giudea con la mediazione di re locali – come Erode, Archelao, Agrippa ed altri ancora – l’assoggettamento a Roma e più precisamente l’obbligo di pagare le tasse, fu leggermente mitigato per i Giudei nella misura in cui non erano che sudditi indiretti, pagando i tributi ai loro re che – essi soltanto – erano sudditi e tributari di Roma. Ora, poco tempo prima del debutto del ministero pubblico di Cristo, ci fu un cambiamento nel sistema di governo della Giudea. Il censimento universale menzionato circa la Natività di Cristo costituiva la prima tappa di un processo che mirava a stabilire una capitazione – una tassa sulla persona, pagata da ciascun individuo- su tutti i sudditi di Roma in questa regione.

Nell’anno 6 o 7 d. C., dopo le dimissioni di Archelao, l’introduzione di una tale tassa che pesava su tutti gli abitanti della Palestina produsse, da parte dei Giudei, delle rivolte guidate dal Fariseo Sadduc e da Giuda il Galileo (Atti 5, 37). A malapena il Sommo Sacerdote Joazar riuscì a quietare il popolo. Al posto dei re locali, i Romani misero dei procuratori come governatori della Giudea e delle vicine province. Per riscuotere le tasse con maggiore successo, i Romani introdussero il sistema dei pubblicani. Questa istituzione esisteva a Roma sin dall’antichità, ma mentre a Roma e in Italia, i pubblicani erano reclutati tra i membri di rango elevato, quella dei cavalieri, in Giudea, i Romani furono costretti ad assoldare come pubblicani degli scapestrati, rifiuti della società, degli Ebrei che, perduto ogni pudore, acconsentivano a collaborare con loro ed a indurre i loro fratelli a pagare le tasse.

Accettare una tale condizione significava la perdita totale della moralità. Significava diventare traditori della patria e, principalmente, della propria fede. Per divenire, al servizio dei pagani, lo strumento della dominazione del popolo eletto da Dio, bisognava rinunciare all’attesa di Israele, rinunciare a ciò che era più sacro, rinunciare alle speranze.

Quando accettava l’incarico, il pubblicano doveva prestare un giuramento di fedeltà all’imperatore ed offrire un sacrificio pagano in onore del suo spirito, il genio dell’imperatore. I Romani non avevano alcun rispetto delle convinzioni religiose dei loro agenti. I pubblicani, non contenti di servire gli interessi di Roma riscuotendo le tasse dai loro compatrioti, assecondavano i loro appetiti mercenari e, divenendo ricchi a spese dei fratelli di schiavitù, rendevano ancora più gravoso il giogo dell’oppressione romana. Questi erano i pubblicani! Perciò, a ragione, l’odio e il disprezzo li circondavano; traditori del loro popolo, non tradivano un qualsiasi popolo, ma il popolo scelto da Dio, il Suo strumento nel mondo, l’unico popolo per il quale dovevano giungere al genere umano la rinascita e la salvezza.

Tutti i tratti che abbiamo sinora descritto si applicano perfettamente a Zaccheo, che non era un pubblicano ordinario, ma un capo dei pubblicani, un architelone. Indubbiamente, aveva compiuto tutto: aveva offerto dei sacrifici pagani, prestato un giuramento pagano, estorto brutalmente le tasse ai suoi fratelli, aumentandole per il proprio profitto. Ed era divenuto, come testimonia il Vangelo, un uomo ricco. Certamente, Zaccheo capiva che le speranze di Israele erano per lui perdute. Tutta la predicazione dei profeti, tutto l’amore respirato sin dall’infanzia, tutto ciò che faceva trasalire di gioia le anime pie dell’Antico Testamento, ciascuna anima “che conosce il giubilo” – tutto ciò non esisteva più per lui. Era un traditore, un rinnegato, un fuori legge. Non aveva più alcun ruolo nel popolo d’Israele.

Ed ecco che gli giunge una voce: il Santo d’Israele, il Messia annunciato dai profeti è apparso nel mondo e, con un manipolo di discepoli, percorre le pianure della Galilea e della Giudea, predicando il Vangelo del Regno ed operando molti miracoli. Nei cuori fedeli, si accendono delle speranze. E Zaccheo? Come reagirà? Per lui, personalmente, la venuta del Messia suona come una catastrofe. Il regno dei Romani sarebbe finito ed Israele trionfante non avrebbe perso l’occasione di vendicarsi dei disastri da lui prodotti, degli abusi e delle esazioni ai quali si era abbandonato. E se anche non fosse andata così – poiché il Messia, essendo un testimone dei profeti, viene come un giusto, un apportatore di salvezza, un uomo umile e dolce (Zaccaria 9, 9) – il trionfo del Messia non avrebbe potuto portargli, a lui Zaccheo, nient’altro che la vergogna più totale, la perdita di ogni ricchezza e del rango sociale che aveva acquisito ad un così terribile prezzo: quello del tradimento del suo Dio, del popolo e di tutte le speranze d’Israele.

Forse, tuttavia, non è così – non ancora. Il nuovo predicatore potrebbe non essere il Messia. Non credono tutti in Lui. Farisei e Sadducei – i più grandi nemici dei pubblicani e, in particolare, di lui Zaccheo – non credono in Lui. Forse questa storia non è altro che una voce sparsa dal popolino. In tal caso si può continuare a vivere alla giornata come si è fatto sinora… Ma Zaccheo non cerca di rafforzare tale pensiero. Desidera vedere Gesù per sapere, per sapere veramente: “Chi è?” Sì, Zaccheo vuole che il predicatore che sta passando sia realmente il Cristo, il Messia. Vorrebbe gridare con i profeti: “Ah! Se tu aprissi i cieli e discendessi!” (Isaia 64, 1). Che venga questo tempo, anche se per lui significa rovina e declino. Nella sua anima si aprono, gli pare, delle profondità che non aveva mai percepito sinora; in lui brucia, arde, divora un amore totalmente disinteressato per Colui che è l’“Attesa delle Nazioni”, per l’immagine dell’umile Messia descritta dai profeti, “Che ha preso le nostre sofferenze e portato i nostri dolori” (Isaia 53, 4). E quando si presenta l’occasione di vederLo, Zaccheo dimentica se stesso. Nel trionfo del Messia risiede, per lui personalmente, per Zaccheo, il disastro e la perdizione. Ma non vi pensa. Desidera scorgere anche solo furtivamente Colui che Mosè ed i profeti hanno predetto.

Ed ecco: il Cristo passa. La folla lo circonda. Zaccheo, a causa della sua bassezza, non Lo può vedere. Tuttavia, la sete di Zaccheo, la sete assolutamente libera e gratuita che ha di scorgere il Cristo, almeno da lontano, è talmente illimitata, così irresistibile che quest’uomo ricco e potente, ufficiale dell’Impero, nel mezzo di una folla che professa per lui odio e disprezzo, non presta attenzione a nulla e, consumato dal desiderio di vedere Cristo, trascura ogni convenienza, abbandona qualsiasi decoro, salendo su di un albero, un sicomoro che cresceva ai lati della strada. Gli occhi di questo grande peccatore, di questo capo dei traditori e dei rinnegati, incontrano gli occhi del Santo d’Israele, di Cristo il Messia, del Figlio di Dio. Gesù vede ciò che uno sguardo indifferente od ostile non saprebbe vedere. Amando di un amore disinteressato l’immagine del Messia, Zaccheo ha la capacità immediata di riconoscere il Signore Cristo nel dottore Galileo che sta passando; e il Signore, pieno di amore divino ed umano, discerne l’amore in Zaccheo che Lo scruta dai rami del sicomoro; il Signore vede le profondità spirituali di questa anima, profondità che Zaccheo stesso, fino a quel momento, ignorava. Il Signore vede, in questo cuore di traditore, l’amore ardente per il Signore d’Israele, amore che non manifesta alcun sospetto di interesse personale, amore che può rigenerarlo e rinnovarlo. La voce di Dio si fa sentire: “Zaccheo, affrettati a scendere, poiché oggi sarò a casa tua”. La rinascita morale, la salvezza, il rinnovamento giungono a Zaccheo e nella sua dimora. Sì, il Figlio dell’Uomo è venuto veramente a cercare ed a salvare colui che si era perso.

Signore, Signore, Ti abbiamo tradito, Te e la Tua opera, come fece Zaccheo; noi stessi ci siamo privati di una parte in Israele; abbiamo rinnegato la nostra speranza! Tuttavia, doveva tornare a nostra vergogna e confusione e a quella dei nostri simili, che il Tuo Regno venga! E la Tua vittoria, e il Tuo trionfo!

Sì, per quanto per i nostri peccati – ed è giustizia – la Tua venuta debba portarci rovina e condanna, vieni, Signore, affrettati!

Ma donaci di vedere, anche solo da lontano, il trionfo della Tua Giustizia, per quanto non sappiamo avervi parte. Ed abbi pietà di noi contro ogni speranza, come un tempo hai fatto con Zaccheo!

Tratto da La Lumiere du Thabor, n. 47-48, pp. 103-108
Traduzione di Chiara Ruth Rantini
http://www.orthodoxia.it/theodoros/spir_santi_zaccheo.php

Tu sei l’al di là di ogni cosa

margaritaeMargaritae“, perle…

Brevi spunti di riflessioni e preghiera
tratti dalle opere dei nostri Santi.

 

Tu sei l’al di là di ogni cosa (cos’altro, infatti, è possibile dire di Te nel canto?):
come potrà inneggiarti la parola? Nessuna parola, infatti, può esprimerti.
Come ti contemplerà l’intelletto? Nessun intelletto, infatti, può percepirti.
Tu solo sei ineffabile, poiché le parole a Te devono l’origine.
Tu solo sei inconoscibile, poiché i pensieri a Te devono l’origine.
Tutte le cose cantano Te, sia quelle che han voce sia quelle che non l’hanno.
Tutte rendono a Te onore, sia quelle che hanno intelletto sia quelle che non l’hanno.
Comuni sono i desideri di tutti gli esseri, comuni i gemiti che tutt’attorno circondano Te.
Te chiama, con supplice preghiera, il tutto.
A Te si dirige un inno silente: lo pronunciano tutti gli esseri che intellettualmente contemplano ciò che Tu hai composto.
È per Te solo che tutto permane.
È per Te solo che tutto si muove dell’universale moto.
E di ogni cosa Tu sei compimento: Uno, Tutto, Nessuno, anche se non sei né unico né tutti.
A Te è ogni nome: come chiamare Te, il solo che non si può nominare?
Qual intelletto, figlio del cielo, penetrerà quei velami che si stendono al di sopra delle nubi?
Sii benigno, Tu, l’al di là di ogni cosa – cos’altro, infatti, è possibile dire di Te nel canto?

(S. Gregorio il Teologo)
Tratto da Gregorio Nazianzeno, Poesie / 1, Città Nuova, p. 64-65

La Santa Trasfigurazione del Signore

Dal «Discorso tenuto il giorno della Trasfigurazione del Signore» da Sant’Anastasio sinaita, vescovo

La Santa Trasfigurazione

Il mistero della sua Trasfigurazione Gesù lo manifestò ai suoi discepoli sul monte Tabor. Egli aveva parlato loro del regno di Dio e della sua seconda venuta nella gloria. Ma ciò forse non aveva avuto per loro una sufficiente forza di persuasione. E allora il Signore, per rendere la loro fede ferma e profonda e perché, attraverso i fatti presenti, arrivassero alla certezza degli eventi futuri, volle mostrare il fulgore della sua divinità e così offrire loro un’immagine prefigurativa del regno dei cieli. E proprio perché la distanza di quelle realtà a venire non fosse motivo di una fede più languida, li preavvertì dicendo: Vi sono alcuni fra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nella gloria del Padre suo (cfr. Mt 16, 28).
L’evangelista, per parte sua, allo scopo di provare che Cristo poteva tutto ciò che voleva, aggiunse: «Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E là fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui» (Mt 17, 1-3).
Ecco le realtà meravigliose della solennità presente, ecco il mistero di salvezza che trova compimento per noi oggi sul monte, ecco ciò che ora ci riunisce: la morte e insieme la gloria del Cristo.
Per penetrare il contenuto intimo di questi ineffabili e sacri misteri insieme con i discepoli scelti e illuminati da Cristo, ascoltiamo Dio che con la sua misteriosa voce ci chiama a sé insistentemente dall’alto. Portiamoci là sollecitamente. Anzi, oserei dire, andiamoci come Gesù, che ora dal cielo si a nostra guida e battistrada. Con lui saremo circondati di quella luce che solo l’occhio della fede può vedere. La nostra fisionomia spirituale si trasformerà e si modellerà sulla sua. Come lui entreremo in una condizione stabile di trasfigurazione, perché saremo partecipi della divina natura e verremo preparati alla vita beata.
Corriamo fiduciosi e lieti là dove ci chiama, entriamo nella nube, diventiamo come Mosè ed Elia come Giacomo e Giovanni.
Come Pietro lasciamoci prendere totalmente dalla visione della gloria divina. Lasciamoci trasfigurare da questa gloria divina. Lasciamoci trasfigurare da questa gloriosa trasfigurazione, condurre via dalla terra e trasportare fuori del mondo. Abbandoniamo la carne, abbandoniamo il mondo creato e rivolgiamoci al Creatore, al quale Pietro in estasi e fuori di sé disse: «Signore, è bello per noi restare qui» (Mt 17, 4).
Realmente, o Pietro, è davvero «bello stare qui» con Gesù e qui rimanervi per tutti i secoli. Che cosa vi è di più felice, di più prezioso, di più santo che stare con Dio, conformarsi a lui, trovarsi nella sua luce?
Certo ciascuno di noi sente di avere con sé Dio e di essere trasfigurato nella sua immagine. Allora esclami pure con gioia: «E’ bello per noi restare qui», dove tutte le cose sono splendore, gioia, beatitudine e giubilo. Restare qui dove l’anima rimane immersa nella pace, nella serenità e nelle edilizie; qui dove Cristo mostra il suo volto, qui dove egli abita col Padre. Ecco che Egli entra nel luogo dove ci troviamo e dice: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa» (Lc 19, 9). Qui si trovano ammassati tutti i tesori eterni. Qui si vedono raffigurate come in uno specchio le immagini delle primizie e della realtà dei secoli futuri. 

 

 

Una omelia sulla santità

di SAN GIOVANNI (MAXIMOVIČ), arcivescovo di Shanghai e San Francisco
( Pronunciata il 18 Marzo 1953)


San Giovanni di Shangai e San FranciscoLa santità è il frutto di sforzi umani e il dono del Santo Spirito. La santità è raggiunta da colui che porta una croce e nel nome di Cristo conduce una guerra contro gli ostacoli alla santità, gli ostacoli che impediscono di diventare come Cristo. Questi ostacoli sono i peccati, le cattive abitudini, profondamente radicati nell’anima. La lotta contro di essi è il principale lavoro di un cristiano, e nella misura in cui riuscirà a purificare la sua anima, riceverà lo Spirito Santo.

San Serafino ha insegnato l’acquisizione dello Spirito Santo, e veramente lo ha acquisito poiché la Santissima Madre di Dio, lo ha riconosciuto in quanto vicino a lei. E i fedeli, sinceri ricercatori della Verità e della Luce, come lo era Motovilov, in ragione della loro venerazione, hanno visto come questo essere fosse gradito a Dio per lo splendore della luce della santità.

Come sono diverse le vie dei santi! Presso il trono di Dio, davanti a tutti è la Santissima Madre di Dio, la più gloriosa dei serafini e tutti gli angeli e arcangeli che furono saldi, fedeli a Dio nella terribile lotta che è stata condotta contro di Lui, risplendendo per la maggior parte di loro, e Lucifero, che significa portatore di luce, che ora è il diavolo, in altre parole, è stato gettato nel buio più profondo. In questa lotta gli angeli luminosi sono giunti così vicino a Dio che è già impossibile per loro fare un passo indietro e quindi essere separati da Lui.

Tutti coloro che sono graditi a Dio sono come angeli colti nel loro amore e nella loro devozione. Sono come gli angeli che fecero guerra contro le forze delle tenebre e sono stati rinsaldati nell’amore di Dio. Tutti i profeti dell’Antico Testamento hanno vissuto lottando contro le tenebre. L’empietà prevaleva, la legge di Dio era stata dimenticata. Il mondo perseguitava i profeti perché interferivano con la vita del mondo immersa nel peccato. Si nascosero nelle “profondità della terra.” Il mondo li odiava. Il profeta Isaia fu segato in due da una sega di legno, il profeta Geremia fu calpestato in una palude. E, pur vivendo in un ambiente del genere, rimasero saldi nella fede e nella devozione. Tutti i giusti erano afflitti perché erano estranei al mondo peccatore. Tutti gli apostoli hanno sofferto in un modo o nell’altro. I giusti andarono nel deserto. Che cosa li ha resi santi? La sofferenza? Non è la sola sofferenza che rende santi, ma anche la tensione verso Dio, l’amore di Dio e lavorare per superare gli ostacoli alla santità, che è il frutto della fatica dell’uomo e il dono del Santo Spirito.

Cristo è risorto!

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“Venite, dunque, voi tutte stirpi umane, immerse nei peccati, e ricevete la remissione. Io sono infatti la vostra remissione,
io la Pasqua della salvezza,
io l’agnello immolato per voi,
io il vostro riscatto,
io la vostra vita,
io la vostra resurrezione,
io la vostra luce,
io la vostra salvezza,
io il vostro re.”

San Melitone di Sardi

In attesa del Natale

San Massimo di Torino
In attesa di un sole nuovo

Vergine del Segno

I giorni si accorciano e l’inverno si avvicina. Da qui qui parte San Massimo per la sua meditazione in attesa della Natività del Signore. I giorni si accorciano in attesa di un sole nuovo che deve venire, quel “Sole di Giustizia” di cui parlano i testi liturgici della Chiesa. Così il santo vescovo invitava i sui fedeli a partecipare a questa attesa del creato con il digiuno e l’elemosina. Ancora oggi, milleseicento anni dopo, la Chiesa ci invita a prepararci alla Natività allo stesso modo. Il mondo è cambiato, il tempo passa, ma l’uomo, oggi come milleseicento anni fa, ha ancora bisogno di questa preparazione. Ha bisogno di far nascere Cristo dentro di sé. San Massimo parla così della cura che si deve avere nel lavare “con opere personali e assidue” la veste dell’anima: “Vestiamoci non con abiti di seta, ma con opere preziose”. E oggi quest’invito si fa sempre più necessario.
Nato nel IV secolo, San Massimo fu discepolo di Sant’Ambrogio di Milano e di Sant’Eusebio di Vercelli. È considerato il fondatore della diocesi di Torino di cui fu il primo vescovo. Si può dire che appartenne alla generazione aurea dei Padri della Chiesa del nord Italia, assieme ad altri santi quali Ambrogio di Milano, Zeno di Verona, Eusebio di Vercelli, Abbondio di Como, Gaudenzio di Novara, Cromazio di Aquileia… San Massimo è conosciuto soprattutto per la sua predicazione e per la sua fermezza nel combattere le superstizioni che al suo tempo erano ancora vive. Si addormentò nel Signore intorno all’anno 420. La Chiesa ne fa memoria il giorno 25 Giugno.

 

Sermone 61a. Prima del Natale del Signore

1. Anche se tacessi, fratelli, il tempo ci ricorda che il Natale di Cristo Signore è vicino; infatti l’estrema brevità dei giorni ha prevenuto la mia predicazione. Con le sue medesime ristrettezze il mondo avverte che è imminente un fatto che lo renderà migliore e con sollecita attesa desidera che il fulgore di un sole più splendido illumini le sue tenebre. Mentre, infatti, teme che il suo corso si riduca per la brevità delle ore, mostra una certa speranza che il suo anno ritorni nella primitiva condizione. Quest’attesa del creato (cf. Rm 8, 19) induce anche noi ad attendere che Cristo, nuovo sole che è sorto, illumini le tenebre dei nostri peccati e, quale Sole di giustizia (cf. Ml 4, 2), scacci in noi con la potenza della sua nascita la lunga oscurità dei peccati e non permetta che il corso della nostra vita sia ridotto da una tetra brevità, ma ci conceda che sia ampliato per effetto della sua potenza. Or dunque, poiché conosciamo il Natale del Signore anche perché il mondo ce lo indica, facciamo anche noi ciò che il mondo è solito fare, cioè, come in quel giorno il mondo prolunga la durata della sua luce, così anche noi estendiamo la nostra giustizia; e, come la luminosità di quel giorno è comune ai poveri e ai ricchi, così anche la nostra generosità sia comune ai forestieri e ai bisognosi; e come allora il mondo scaccia le tenebre delle sue notti, così anche noi tronchiamo le tenebre della nostra avarizia; e, come nel tempo invernale, scioltosi il gelo, i semi nei campi sono nutriti dal calore del sole, così anche nei nostri petti, scioltasi la durezza, il seme della giustizia cresca intiepidito dal raggio del Salvatore.

2. Dunque, fratelli, in attesa del Natale del Signore adorniamoci con vesti linde e pure. Parlo delle vesti dell’anima, non di quelle del corpo. La veste del corpo è un rivestimento di nessun valore, la veste dell’anima è un corpo prezioso. Quella è stata messa insieme dalle mani dell’uomo, questa è stata costituita dalle mani di Dio. E perciò richiede maggiore sollecitudine custodire senza macchia l’opera di Dio che mantenere incontaminate le opere degli uomini. La veste mondana, infatti, se è sporca, può essere lavata da un lavandaio salariato; la veste dell’anima, invece, una volta che si è macchiata, si lava a fatica e solo con opere personali ed assidue. Non le giova la mano dell’artigiano, non le giova l’intervento del lavandaio. L’acqua può lavare le membra contaminate della coscienza, ma tuttavia non le può purificare. Queste sono le vesti preziose dell’anima che l’evangelista Marco loda nel Salvatore con queste parole: E le sue vesti divennero splendenti, candidissime come la neve, quali nessun lavandaio sulla terra riuscirebbe a renderle (Mc 9,2). Si loda dunque la veste di Cristo perché risplendeva non per la tessitura, ma per la grazia; si loda la veste, non perché formata di fili sottili, ma perché concepita nell’integrità del corpo; si loda la veste, non quella tessuta dalla mano delle donne, ma quella che la verginità di Maria aveva procurato. E perciò in essa si esalta la bellezza del candore, perché non l’aveva resa immacolata la cura di un artigiano: Quali, dice, nessun lavandaio sulla terra riuscirebbe a renderle. Certamente un lavandaio non può preparare la veste di Cristo. Un lavandaio può dare splendore, bianchezza, pulizia, non può dare verginità, giustizia, bontà. L’una cosa dipende dalla fattura dell’opera, l’altra dalla natura della virtù. Il santo evangelista, infatti, loda in Cristo Signore queste vesti di virtù che anche il beato Davide esaltò con un’analoga affermazione, dicendo: Mirra, aloe e cassia dalle tue vesti preziose (Sal 44, 9). Infatti da questi profumi aromatici sono indicate le vesti delle sante virtù (cf. Lc 11, 41).

3. Dunque, fratelli, in attesa del Natale del Signore mondiamo la nostra coscienza da ogni feccia di peccato. Vestiamoci non con abiti di seta, ma con opere preziose. Gli abiti splendenti possono coprire le membra, non possono ornare la coscienza, anzi reca maggior vergogna incedere splendente nelle membra e passeggiare contaminato nell’animo. Orniamo dunque prima le disposizioni dell’uomo interiore, perché sia ornato l’abbigliamento anche dell’uomo esteriore; laviamo le macchie spirituali, perché risplendano in noi le vesti del corpo. Ma non giova nulla risplendere per i vestiti ed essere sudicio per le azioni turpi, dove infatti la coscienza è oscura, tutto il corpo è oscuro. Abbiamo però un mezzo per lavare le macchie della coscienza. Sta scritto infatti: Fate elemosina e tutto sarà mondo per voi (Lc 11, 41). È utile questo comandamento dell’elemosina, per mezzo del quale operiamo con le mani e siamo purificati nel cuore.
(Tratto da Massimo di Torino, Sermoni, Roma, Città Nuova, 2003, pp. 258-260)