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L’esaltazione della Croce, esaltazione di Cristo

Dai «Discorsi» di sant’Andrea di Creta, vescovo
(Disc. 10 sull’Esaltazione della santa croce; PG 97, 1018-1019. 1022-1023).

Universale Esaltazione della Preziosa e Vivifica Croce
Noi celebriamo la festa della santa croce, per mezzo della quale sono state cacciate le tenebre ed è ritornata la luce. Celebriamo la festa della santa croce, e così, insieme al Crocifisso, veniamo innalzati e sublimati anche noi. Infatti ci distacchiamo dalla terra del peccato e saliamo verso le altezze. E’ tale e tanta la ricchezza della croce che chi la possiede ha un vero tesoro. E la chiamo giustamente così, perché di nome e di fatto è il più prezioso di tutti i beni. E’ in essa che risiede tutta la nostra salvezza. Essa è il mezzo e la via per il ritorno allo stato originale.

Se infatti non ci fosse la croce, non ci sarebbe nemmeno Cristo crocifisso. Se non ci fosse la croce, la Vita non sarebbe stata affissa al legno. Se poi la Vita non fosse stata inchiodata al legno, dal suo fianco non sarebbero sgorgate quelle sorgenti di immortalità, sangue e acqua, che purificano il mondo. La sentenza di condanna scritta per il nostro peccato non sarebbe stata lacerata, noi non avremmo avuto la libertà, non potremmo godere dell’albero della vita, il paradiso non sarebbe stato aperto per noi. Se non ci fosse la croce, la morte non sarebbe stata vinta, l’inferno non sarebbe stato spogliato.
E’ dunque la croce una risorsa veramente stupenda e impareggiabile, perché, per suo mezzo, abbiamo conseguito molti beni, tanto più numerosi quanto più grande ne è il merito, dovuto però in massima parte ai miracoli e alla passione del Cristo. E’ preziosa poi la croce perché è insieme patibolo e trofeo di Dio. Patibolo per la sua volontaria morte su di essa. Trofeo perché con essa fu vinto il diavolo e col diavolo fu sconfitta la morte. Inoltre la potenza dell’inferno venne fiaccata, e così la croce è diventata la salvezza comune di tutto l’universo.

La croce è gloria di Cristo, esaltazione di Cristo. La croce è il calice prezioso e inestimabile che raccoglie tutte le sofferenze di Cristo, è la sintesi completa della sua passione. Per convincerti che la croce è la gloria di Cristo, senti quello che egli dice: «Ora il figlio dell’uomo è stato glorificato e anche Dio è stato glorificato in lui, e lo glorificherà subito» (Gv 13, 31-32).

E di nuovo: «Glorificami, Padre, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse» (Gv 17, 5). E ancor: «Padre glorifica il tuo nome. Venne dunque una voce dal cielo: L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò» (Gv 12, 28), per indicare quella glorificazione che fu conseguita allora sulla croce. Che poi la croce sia anche esaltazione di Cristo, ascolta ciò che egli stesso dice: «Quando sarò esaltato, allora attirerò tutti a me» (cfr. Gv 12, 32). Vedi dunque che la croce è gloria ed esaltazione di Cristo.

Omelia su Zaccheo

di San Giovanni di Shangai e San Francisco
Zaccheo e GesùChi era Zaccheo? Un pubblicano di rango elevato, “un capo dei pubblicani”. La consuetudine che abbiamo di opporre le due figure dell’umile pubblicano e dell’orgoglioso fariseo cela i fatti ed impedisce al nostro spirito di valutare rettamente questi due tipi di personaggi. Per comprendere bene il Vangelo, è indispensabile sapere esattamente chi fossero.

I Farisei erano, in poche parole, dei giusti. Oggi, il termine “fariseo” suona come un rimprovero, ma, al tempo di Cristo e nei primi secoli del cristianesimo, era inteso diversamente. Lungi dal considerarlo una mancanza, l’Apostolo Paolo confessa fieramente ai Giudei: “Sono un fariseo, figlio di farisei” (Atti 23, 6). In seguito, rivolgendosi ai cristiani, ai propri figli spirituali, scrive: “Sono della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo tra gli Ebrei, e in ciò che concerne la Legge, un fariseo” (Fil. 3, 5). Il santo Apostolo Paolo non fu il solo fariseo ad abbracciare il cristianesimo, ce ne furono molti altri: Giuseppe, Nicodemo, Gamaliele…

I farisei – nell’antico ebraico peroushim, in aramaico pherisim, che significa “altri, coloro che si sono separati, differenti”- erano degli zeloti della Legge divina: Si “riposavano sulla Legge” e, in altri termini, la meditavano costantemente, l’amavano e si sforzavano di compierne tutti i precetti; ne erano i predicatori e gli interpreti.

Le ammonizioni del Signore ai Farisei hanno per argomento il fatto di avvertirli che qualsiasi loro battaglia, tutti gli sforzi lodevoli perseguiti sono nulli, perdono qualsiasi pregio agli occhi di Dio, valendo così, non la benedizione del Signore, ma la sua condanna, a motivo dell’inorgoglirsi dei loro atti di giustizia e, soprattutto, del giudicare il prossimo. Un esempio eclatante di tale attitudine si trova nel Fariseo della parabola che dice: “Dio, ti ringrazio di non essere come gli altri uomini” (Lc. 18, 11).

Al contrario, i pubblicani erano dei pubblici peccatori , che trasgredivano le più sacre leggi del Signore. Questi esattori delle tasse mettevano le imposte sui Giudei per conto di Roma. Ricordiamoci che gli Ebrei, consapevoli del loro ruolo unico di popolo eletto da Dio, si vantavano di essere “la semenza di Abramo” e di “non essere mai stati schiavi di nessuno” (Gv. 8, 33). In quest’epoca, tuttavia, conseguentemente ai noti fatti storici, si trovavano ad essere sudditi, schiavi di un popolo orgoglioso e brutale, un popolo “di ferro” – i Romani pagani. Il giogo di tale schiavitù li opprimeva strettamente e diveniva sempre più pesante e doloroso.

Il segno più tangibile e manifesto di tale sottomissione, di questo asservimento ai Romani consisteva nell’obbligo di versare, in tributo, ogni sorta di tassa ai loro oppressori. Per i Giudei, come per tutti i popoli dell’antichità, pagare i tributi simboleggiava una soggezione. I Romani, che di fronte ad un popolo vinto non avvertivano il minimo scrupolo, esigevano imperiosamente e senza mediazioni delle tasse ordinarie e straordinarie.

Evidentemente, i Giudei pagavano con odio e disgusto. Gli scribi erano consapevoli del loro misfatto, allorché desiderando compromettere il Signore agli occhi del Suo popolo, gli chiesero: “È lecito pagare il tributo a Cesare?” (Mt. 22, 17). Sapevano che se Cristo avesse risposto negativamente, sarebbe stato facile accusarlo davanti ai Romani; ma se dichiarava obbligatorio versare il tributo, sarebbe stato compromesso agli occhi del popolo.

Finché i Romani governarono la Giudea con la mediazione di re locali – come Erode, Archelao, Agrippa ed altri ancora – l’assoggettamento a Roma e più precisamente l’obbligo di pagare le tasse, fu leggermente mitigato per i Giudei nella misura in cui non erano che sudditi indiretti, pagando i tributi ai loro re che – essi soltanto – erano sudditi e tributari di Roma. Ora, poco tempo prima del debutto del ministero pubblico di Cristo, ci fu un cambiamento nel sistema di governo della Giudea. Il censimento universale menzionato circa la Natività di Cristo costituiva la prima tappa di un processo che mirava a stabilire una capitazione – una tassa sulla persona, pagata da ciascun individuo- su tutti i sudditi di Roma in questa regione.

Nell’anno 6 o 7 d. C., dopo le dimissioni di Archelao, l’introduzione di una tale tassa che pesava su tutti gli abitanti della Palestina produsse, da parte dei Giudei, delle rivolte guidate dal Fariseo Sadduc e da Giuda il Galileo (Atti 5, 37). A malapena il Sommo Sacerdote Joazar riuscì a quietare il popolo. Al posto dei re locali, i Romani misero dei procuratori come governatori della Giudea e delle vicine province. Per riscuotere le tasse con maggiore successo, i Romani introdussero il sistema dei pubblicani. Questa istituzione esisteva a Roma sin dall’antichità, ma mentre a Roma e in Italia, i pubblicani erano reclutati tra i membri di rango elevato, quella dei cavalieri, in Giudea, i Romani furono costretti ad assoldare come pubblicani degli scapestrati, rifiuti della società, degli Ebrei che, perduto ogni pudore, acconsentivano a collaborare con loro ed a indurre i loro fratelli a pagare le tasse.

Accettare una tale condizione significava la perdita totale della moralità. Significava diventare traditori della patria e, principalmente, della propria fede. Per divenire, al servizio dei pagani, lo strumento della dominazione del popolo eletto da Dio, bisognava rinunciare all’attesa di Israele, rinunciare a ciò che era più sacro, rinunciare alle speranze.

Quando accettava l’incarico, il pubblicano doveva prestare un giuramento di fedeltà all’imperatore ed offrire un sacrificio pagano in onore del suo spirito, il genio dell’imperatore. I Romani non avevano alcun rispetto delle convinzioni religiose dei loro agenti. I pubblicani, non contenti di servire gli interessi di Roma riscuotendo le tasse dai loro compatrioti, assecondavano i loro appetiti mercenari e, divenendo ricchi a spese dei fratelli di schiavitù, rendevano ancora più gravoso il giogo dell’oppressione romana. Questi erano i pubblicani! Perciò, a ragione, l’odio e il disprezzo li circondavano; traditori del loro popolo, non tradivano un qualsiasi popolo, ma il popolo scelto da Dio, il Suo strumento nel mondo, l’unico popolo per il quale dovevano giungere al genere umano la rinascita e la salvezza.

Tutti i tratti che abbiamo sinora descritto si applicano perfettamente a Zaccheo, che non era un pubblicano ordinario, ma un capo dei pubblicani, un architelone. Indubbiamente, aveva compiuto tutto: aveva offerto dei sacrifici pagani, prestato un giuramento pagano, estorto brutalmente le tasse ai suoi fratelli, aumentandole per il proprio profitto. Ed era divenuto, come testimonia il Vangelo, un uomo ricco. Certamente, Zaccheo capiva che le speranze di Israele erano per lui perdute. Tutta la predicazione dei profeti, tutto l’amore respirato sin dall’infanzia, tutto ciò che faceva trasalire di gioia le anime pie dell’Antico Testamento, ciascuna anima “che conosce il giubilo” – tutto ciò non esisteva più per lui. Era un traditore, un rinnegato, un fuori legge. Non aveva più alcun ruolo nel popolo d’Israele.

Ed ecco che gli giunge una voce: il Santo d’Israele, il Messia annunciato dai profeti è apparso nel mondo e, con un manipolo di discepoli, percorre le pianure della Galilea e della Giudea, predicando il Vangelo del Regno ed operando molti miracoli. Nei cuori fedeli, si accendono delle speranze. E Zaccheo? Come reagirà? Per lui, personalmente, la venuta del Messia suona come una catastrofe. Il regno dei Romani sarebbe finito ed Israele trionfante non avrebbe perso l’occasione di vendicarsi dei disastri da lui prodotti, degli abusi e delle esazioni ai quali si era abbandonato. E se anche non fosse andata così – poiché il Messia, essendo un testimone dei profeti, viene come un giusto, un apportatore di salvezza, un uomo umile e dolce (Zaccaria 9, 9) – il trionfo del Messia non avrebbe potuto portargli, a lui Zaccheo, nient’altro che la vergogna più totale, la perdita di ogni ricchezza e del rango sociale che aveva acquisito ad un così terribile prezzo: quello del tradimento del suo Dio, del popolo e di tutte le speranze d’Israele.

Forse, tuttavia, non è così – non ancora. Il nuovo predicatore potrebbe non essere il Messia. Non credono tutti in Lui. Farisei e Sadducei – i più grandi nemici dei pubblicani e, in particolare, di lui Zaccheo – non credono in Lui. Forse questa storia non è altro che una voce sparsa dal popolino. In tal caso si può continuare a vivere alla giornata come si è fatto sinora… Ma Zaccheo non cerca di rafforzare tale pensiero. Desidera vedere Gesù per sapere, per sapere veramente: “Chi è?” Sì, Zaccheo vuole che il predicatore che sta passando sia realmente il Cristo, il Messia. Vorrebbe gridare con i profeti: “Ah! Se tu aprissi i cieli e discendessi!” (Isaia 64, 1). Che venga questo tempo, anche se per lui significa rovina e declino. Nella sua anima si aprono, gli pare, delle profondità che non aveva mai percepito sinora; in lui brucia, arde, divora un amore totalmente disinteressato per Colui che è l’“Attesa delle Nazioni”, per l’immagine dell’umile Messia descritta dai profeti, “Che ha preso le nostre sofferenze e portato i nostri dolori” (Isaia 53, 4). E quando si presenta l’occasione di vederLo, Zaccheo dimentica se stesso. Nel trionfo del Messia risiede, per lui personalmente, per Zaccheo, il disastro e la perdizione. Ma non vi pensa. Desidera scorgere anche solo furtivamente Colui che Mosè ed i profeti hanno predetto.

Ed ecco: il Cristo passa. La folla lo circonda. Zaccheo, a causa della sua bassezza, non Lo può vedere. Tuttavia, la sete di Zaccheo, la sete assolutamente libera e gratuita che ha di scorgere il Cristo, almeno da lontano, è talmente illimitata, così irresistibile che quest’uomo ricco e potente, ufficiale dell’Impero, nel mezzo di una folla che professa per lui odio e disprezzo, non presta attenzione a nulla e, consumato dal desiderio di vedere Cristo, trascura ogni convenienza, abbandona qualsiasi decoro, salendo su di un albero, un sicomoro che cresceva ai lati della strada. Gli occhi di questo grande peccatore, di questo capo dei traditori e dei rinnegati, incontrano gli occhi del Santo d’Israele, di Cristo il Messia, del Figlio di Dio. Gesù vede ciò che uno sguardo indifferente od ostile non saprebbe vedere. Amando di un amore disinteressato l’immagine del Messia, Zaccheo ha la capacità immediata di riconoscere il Signore Cristo nel dottore Galileo che sta passando; e il Signore, pieno di amore divino ed umano, discerne l’amore in Zaccheo che Lo scruta dai rami del sicomoro; il Signore vede le profondità spirituali di questa anima, profondità che Zaccheo stesso, fino a quel momento, ignorava. Il Signore vede, in questo cuore di traditore, l’amore ardente per il Signore d’Israele, amore che non manifesta alcun sospetto di interesse personale, amore che può rigenerarlo e rinnovarlo. La voce di Dio si fa sentire: “Zaccheo, affrettati a scendere, poiché oggi sarò a casa tua”. La rinascita morale, la salvezza, il rinnovamento giungono a Zaccheo e nella sua dimora. Sì, il Figlio dell’Uomo è venuto veramente a cercare ed a salvare colui che si era perso.

Signore, Signore, Ti abbiamo tradito, Te e la Tua opera, come fece Zaccheo; noi stessi ci siamo privati di una parte in Israele; abbiamo rinnegato la nostra speranza! Tuttavia, doveva tornare a nostra vergogna e confusione e a quella dei nostri simili, che il Tuo Regno venga! E la Tua vittoria, e il Tuo trionfo!

Sì, per quanto per i nostri peccati – ed è giustizia – la Tua venuta debba portarci rovina e condanna, vieni, Signore, affrettati!

Ma donaci di vedere, anche solo da lontano, il trionfo della Tua Giustizia, per quanto non sappiamo avervi parte. Ed abbi pietà di noi contro ogni speranza, come un tempo hai fatto con Zaccheo!

Tratto da La Lumiere du Thabor, n. 47-48, pp. 103-108
Traduzione di Chiara Ruth Rantini
http://www.orthodoxia.it/theodoros/spir_santi_zaccheo.php

La Santa Trasfigurazione del Signore

Dal «Discorso tenuto il giorno della Trasfigurazione del Signore» da Sant’Anastasio sinaita, vescovo

La Santa Trasfigurazione

Il mistero della sua Trasfigurazione Gesù lo manifestò ai suoi discepoli sul monte Tabor. Egli aveva parlato loro del regno di Dio e della sua seconda venuta nella gloria. Ma ciò forse non aveva avuto per loro una sufficiente forza di persuasione. E allora il Signore, per rendere la loro fede ferma e profonda e perché, attraverso i fatti presenti, arrivassero alla certezza degli eventi futuri, volle mostrare il fulgore della sua divinità e così offrire loro un’immagine prefigurativa del regno dei cieli. E proprio perché la distanza di quelle realtà a venire non fosse motivo di una fede più languida, li preavvertì dicendo: Vi sono alcuni fra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nella gloria del Padre suo (cfr. Mt 16, 28).
L’evangelista, per parte sua, allo scopo di provare che Cristo poteva tutto ciò che voleva, aggiunse: «Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E là fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui» (Mt 17, 1-3).
Ecco le realtà meravigliose della solennità presente, ecco il mistero di salvezza che trova compimento per noi oggi sul monte, ecco ciò che ora ci riunisce: la morte e insieme la gloria del Cristo.
Per penetrare il contenuto intimo di questi ineffabili e sacri misteri insieme con i discepoli scelti e illuminati da Cristo, ascoltiamo Dio che con la sua misteriosa voce ci chiama a sé insistentemente dall’alto. Portiamoci là sollecitamente. Anzi, oserei dire, andiamoci come Gesù, che ora dal cielo si a nostra guida e battistrada. Con lui saremo circondati di quella luce che solo l’occhio della fede può vedere. La nostra fisionomia spirituale si trasformerà e si modellerà sulla sua. Come lui entreremo in una condizione stabile di trasfigurazione, perché saremo partecipi della divina natura e verremo preparati alla vita beata.
Corriamo fiduciosi e lieti là dove ci chiama, entriamo nella nube, diventiamo come Mosè ed Elia come Giacomo e Giovanni.
Come Pietro lasciamoci prendere totalmente dalla visione della gloria divina. Lasciamoci trasfigurare da questa gloria divina. Lasciamoci trasfigurare da questa gloriosa trasfigurazione, condurre via dalla terra e trasportare fuori del mondo. Abbandoniamo la carne, abbandoniamo il mondo creato e rivolgiamoci al Creatore, al quale Pietro in estasi e fuori di sé disse: «Signore, è bello per noi restare qui» (Mt 17, 4).
Realmente, o Pietro, è davvero «bello stare qui» con Gesù e qui rimanervi per tutti i secoli. Che cosa vi è di più felice, di più prezioso, di più santo che stare con Dio, conformarsi a lui, trovarsi nella sua luce?
Certo ciascuno di noi sente di avere con sé Dio e di essere trasfigurato nella sua immagine. Allora esclami pure con gioia: «E’ bello per noi restare qui», dove tutte le cose sono splendore, gioia, beatitudine e giubilo. Restare qui dove l’anima rimane immersa nella pace, nella serenità e nelle edilizie; qui dove Cristo mostra il suo volto, qui dove egli abita col Padre. Ecco che Egli entra nel luogo dove ci troviamo e dice: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa» (Lc 19, 9). Qui si trovano ammassati tutti i tesori eterni. Qui si vedono raffigurate come in uno specchio le immagini delle primizie e della realtà dei secoli futuri. 

 

 

Noi predichiamo Cristo Crocifisso

Omelia  del p. Daniele Marletta per la festa della Processione della Preziosa e Vivificante Croce
Letture:
Apostolos: 1Cor 1, 18-24
Evangelo
: Gv 19, 6-11; 13-20; 25-28; 30-35

Icona della Croce

«Cos’è diventata la croce per il cristiano di oggi?» Questa domanda mi torna in mente a tutte le feste della Croce. È la domanda che si poneva anni fa uno scrittore italiano, Ignazio Silone, in un suo romanzo, L’avventura di un povero cristiano. E questa domanda la mette in bocca a un uomo del tredicesimo secolo, quasi a significare che questo non è un problema recente, non è un problema della nostra era secolarizzata. È un problema che attraversa la storia della Chiesa. Cosa è diventata la croce per i cristiani? E cosa dovrebbe essere, invece?

«Noi predichiamo Cristo crocifisso» scriveva San Paolo ai Corinzi«scandalo per i giudei, e follia per i gentili» (1Cor 1, 23). Scandalo e follia, innanzitutto, perché la Croce ci mostra il volto scandaloso e folle di Dio.

Scandalo. «I giudei chiedono segni»: chiedono miracoli, azioni strabilianti. Israele era abituato a un Dio che interveniva continuamente nella sua storia, un Dio che lo guidava in guerra contro i nemici, un Dio che dimostrava continuamente la sua potenza. E qui, sul legno della Croce, vedono inchiodato un Dio debole, un Dio sconfitto, un Dio che muore.

Tornano in mente le parole che lo stesso San Paolo scriveva alla sua comunità prediletta, quella di Filippi:

«Abbiate in voi stessi lo stesso sentimento che è stato in Cristo Gesù, il quale, essendo in forma di Dio, non considerò rapina l’essere uguale a Dio, anzi svuotò se stesso, prendendo la forma di servo, divenendo simile agli uomini; e, trovato nell’esteriore simile ad un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce.» (Fil 2, 5-8)

Ecco lo scandalo: un Dio che si umilia, un Dio che si fa impotente, che si fa Egli stesso maledizione, secondo le parole della Legge: Maledetto colui che pende dal legno!

Follia. «I greci cercano sapienza»: cercano equilibrio, razionalità, bellezza. I greci erano un popolo spiritualista: disprezzavano il corpo, questa carne mortale con i suoi bisogni così bassi, così ripugnati. Dio non aveva niente a che fare con la carne, per un greco. Le divinità della mitologia greca si presentavano a volte in forma umana, ma era una forma solo apparente; si concedevano a volte piaceri molto umani e terreni, ma non si concedevano mai sofferenze umane e terrene. Per i greci un dio era sempre un dio. Dio non si mescola con la carne, Dio non soffre, Dio non muore. Questo Dio dei cristiani per un greco era qualcosa di imperfetto, di irrazionale, un follia. Il primo grande fallimento di San Paolo fu proprio quando, ad Atene, cercò di predicare ai greci mettendosi sul piano della ragione, delle argomentazioni.

Scandalo e follia, dunque. Lo scandalo del Dio onnipotente che si fa impotente e la follia del Dio perfetto che si fa imperfetto, dell’infinito che si fa finito.

Noi, però, quante volte ci ricordiamo che la Croce è questo? Anzi, per tornare alla domanda da cui siamo partiti, cosa è diventata la croce per noi cristiani di oggi, per noi cristiani di sempre? A volte dentro di noi c’è un ebreo che si scandalizza della Croce, che preferirebbe un Dio onnipotente che punisca il male qui, ora, subito. Qual’è la più classica obbiezione di un ateo alla nostra fede? Paradossalmente è una domanda che troviamo nella Bibbia, nel Libro di Giobbe: se Dio è buono, perché esiste il male? Perché esiste la sofferenza? Sarebbe più facile credere in Dio se Dio dimostrasse a tutti la sua onnipotenza spazzando via il male. Noi però crediamo in un Dio impotente che muore sulla Croce.

Altre volte dentro di noi c’è un greco che si vergogna della Croce, che preferirebbe credere in un Dio lontano, perfetto, eterno. In un Dio razionalmente plausibile. Non in questo Dio folle che si lascia follemente inchiodare sulla croce.

Eppure ci dice sempre San Paolo «per coloro che sono chiamati, sia giudei che greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio» (1Cor 1, 24) Questo Dio impotente, questo Dio assurdo mostra proprio sulla Croce la sua potenza, la sua sapienza. La Croce è un grande paradosso: della follia fa sapienza, dello scandalo fa potenza, da maledizione si fa redenzione, da strumento di morte che era si fa per noi albero di vita. Amin.

Domenica dei Santi Ortodossi d’Italia

Omelia del p. Daniele Marletta per la seconda Domenica di Matteo
(Tutti i santi glorificati in Italia)

Letture:

Apostolos: Rm 2, 10-16
Evangelo: Mt 4, 18-23

ioannes2In Italia gli ortodossi sono una minoranza. Bisogna però anche dire che sono una minoranza significativa, attualmente sono la seconda confessione religiosa presente nel nostro Paese. Ciononostante molti italiani non hanno la minima idea di cosa sia la Chiesa Ortodossa.

Se dico che sono buddista tutti hanno una idea più o meno precisa di cosa sono.
Lo stesso se dico che sono un mussulmano.
Se invece dico “sono un cristiano ortodosso” in pochi capiscono. Ed è strano, perché in questa nostra terra la fede ortodossa ha avuto una storia importante. In questa seconda domenica dopo Pentecoste, secondo un uso russo che è invalso da qualche anno anche in molti Paesi occidentali, facciamo memoria dei santi locali, di tutti i santi cioè che sono stati glorificati da Dio in terra d’Italia.

San Pietro e San Paolo sono arrivati sin qui, e qui hanno trovato la loro fine terrena, qui hanno testimoniato la loro fede.
Abbiamo avuto martiri: Agata, Lucia, Parasceve, Anastasia, Alessandro, Agapito…
Abbiamo avuto monaci: Benedetto, i suoi discepoli Mauro e Placido, sua sorella Scolastica e tanti altri e tante altre.
Abbiamo avuto Padri: Ambrogio di Milano, Massimo di Torino, Eusebio di Vercelli, Cromazio di Aquileia… Per non parlare dei grandi Leone e Gregorio, Papi di Roma quando Roma era ancora ortodossa.
Potremmo scorrere una carta geografica di questo Paese e nominarne i santi da nord a sud. Scopriremmo che pochissime terre hanno dato alla Chiesa Ortodossa tanti santi quanti ne ha dati l’Italia. Solo la Grecia può dire di averne dati di più.

Non si tratta però di una festa “dei santi ortodossi italiani” (anche se spesso per semplificare diciamo così), ma di una festa dei “santi ortodossi glorificati in terra d’Italia”. Santi cioè che hanno testimoniato Dio in Italia. Anche se moltissimi sono effettivamente nati qui, altri sono venuti a volte da molto lontano. Pietro e Paolo non sono nati qui: il primo veniva dalla Galilea, l’altro dalla Cilicia. Colombano è venuto fin qui dall’Irlanda, altri sono giunti dalla Siria o dalla Grecia. E questo in modo del tutto analogo a tanti ortodossi che oggi vengono qui dalla Russia o dalla Romania.

I santi locali, come d’altronde tutti i santi, sono testimoni. Non sono però testimoni della loro terra: sono testimoni di Cristo nella terra in cui vivono: «Qui» ci ammonisce San Paolo «non c’è più Greco e Giudeo, circonciso e incirconciso, barbaro e Scita, servo e libero, ma Cristo è tutto e in tutti» (Col 3, 11). Parafrasando le parole dell’Apostolo oggi potremmo dire che qui non c’è italiano o russo, greco o romeno. Tutti hanno infatti lo stesso dovere di annunciare Cristo

Questa festa dei santi locali si pone quindi quasi a “corollario” della Festa di Tutti i Santi che si celebra la prima domenica dopo Pentecoste. Se è vero infatti che i santi non sono solo quelli i cui nomi vediamo nei calendari, bensì tutti coloro che credono in Cristo e si sforzano di aderire a lui nella fede della Chiesa, allora anche i santi d’Italia non sono soltanto quelli del calendario. I santi d’Italia sono coloro che qui in Italia, ora per nascita, ora per altri motivi, vivono la loro fede in Cristo e nella sua Sposa, la Chiesa. Se San Paolo fosse vivo e volesse scrivere una lettera alle comunità italiane, la comincerebbe indirizzandola “ai santi che sono in Italia” (come aveva fatto nella Lettera agli Efesini). Quindi quella di oggi è la nostra festa: “nostra” per chi in Italia è nato e per chi c’è venuto a vivere.

La Chiesa locale è una immagine viva della Chiesa universale. Allo stesso modo, i santi – quelli dentro il calendario e quelli fuori dal calendario – sono una immagine della santità della Chiesa. Possiamo giudicare lo stato di salute di una Chiesa locale (che può essere una Diocesi, una Metropolia o anche soltanto una Parrocchia) considerando se e come si rispecchia in essa la Chiesa universale.
Anche la Chiesa locale è chiamata ad essere una, poiché, come esiste un solo Dio, così deve esistere una sola Chiesa.
Anche la Chiesa locale è chiamata ad essere santa: anche noi, quindi, qui e ora, siamo chiamati a testimoniare Cristo.
Anche la Chiesa locale è chiamata ad essere veramente cattolica (sobornaja, soborniceasca), è chiamata cioè ad essere veramente “secondo il tutto”, a predicare soltanto “ciò che sempre, ciò che ovunque, ciò che da tutti è stato creduto”, secondo le parole di San Vincenzo di Lerins.
E, infine, anche la Chiesa locale è chiamata ad essere veramente apostolica, a confessare la fede degli apostoli e ad essere fondata in essa.

Quando si entra in una chiesa ortodossa, generalmente la prima cosa che si nota è l’icona del Santo titolare della chiesa, oppure l’icona del Santo del giorno o della festa in corso. Non si tratta dell’icona più bella, né della più preziosa o della più antica. Quella è semplicemente ‘icona che ci fa da anticamera a tutte le altre: è come una porta. Anche quando si entra in chiesa si passa per una porta: è la porta di una chiesa qualsiasi; può essere la porta di una cattedrale o di una chiesina di campagna; può essere fatta di legno grezzo o finemente intarsiata. Se però noi avessimo occhi spirituali, passata quella porta noi non vedremmo né la Cattedrale né la chiesa di campagna. Vedremmo la Gerusalemme Celeste, perché questo è la Chiesa: la Chiesa è l’inizio del Regno di Dio. Così è per i santi che festeggiamo oggi: non sono più importanti, non sono migliori di altri, non importa che siano più antichi o più numerosi. Sono la nostra porta, qui e ora, alla Chiesa di Cristo.

Orthodoxia

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